Vermiglie fluiscono
ammantate di sudore.
Nell’incavo del sonno
turbano le notti.
Un terrore sottile
ghiaccia l’ieri,
oggi è l’estate
del buio infinito.
Rina Accardo
.
Ho amato e, nel distacco, ogni cosa ha un senso.
Una sublime follia mi vive, addosso. Veste il grigiore di fumi alterati.
Io non voglio esserci se non di soppiatto.
Elucubrazioni si annidano, sento di non essere sola.
Tutto mi avvolge senza reprimermi.
Un fase nuova mi accoglie. Non faccio domande.
Un rifugio mi attende. Sarà lì che dormirò e, quando di luce saranno gli occhi, la distesa sarà senza orizzonte.
E quando andrò, un unico rimpianto: aver capito tardi.
Rina Accardo

SPIGA NEL DESERTO
Corpi irrisi, larve umane
nella desolazione più totale.
Volti deturpati dall’indigenza,
guance scavate, una dignità intatta.
Quell’uomo imponente, ma svuotato
anche della più piccola gioia,
è figlio della guerra.
Si regge appena, brandello d’uomo.
Spiga nel deserto,
domani correrai leggiadro e forte
perché hai saputo perdonare.
RECLUSIONE
Virgulti inceneriti
in aride urne di freddo
incorporate in quel luogo
di pianto e di orrore.
Grate
a chiuder quelli
che furono i tuoi bisogni,
e dopo vorrai
ancora soffrire.
Tu impallidita
dal tempo dei ricordi
dovresti cantare
per sorridere ancora.
Caterina Accardo

Il mio orecchio vuole ascolto,
nei miei occhi
scaglie diffondersi auree
nel solco fuggente
di un aristocratico annichilimento.
E purpuree fronde alzarsi leggere,
un vento amico a cullarle.
Colorati colli
ormeggiano dinanzi al mio sguardo,
un canto muto s’eleva
e quasi soffoca.
Un pungente richiamo alla vita
spinge il nulla che avanza.
Sottesi entusiasmi cantano
e giungono alti nell’immenso,
ad ogni svolta dell’attimo
ala sicura.
I morti non parlano né scrivono,
ma sanno amare.
Rina Accardo
Verbi della dimenticanza e del ritorno, dell’ancora e del ripetere con una mimica corporea e paesaggistica, per conservare, ma soprattutto per affidarsi a quello che la parola procura.
E’ questa la cifra della poesia di AnnaMaria Ercilli è questa da sempre e viene ribadito con forza in quest’ultima raccolta autoprodotta: la stanza del colore provvisorio.
“guardare diventa impegno” e allora ci si protegge con le mani per lasciar spazio a quello sguardo interiore che va al di là della rappresentazione, per cercare i fili di quella memoria che diventa flusso emotivo molto più che sapienziale.
La donna che parla in queste pagine è una donna che sa perfettamente che nulla ci mette al riparo e che l’esser senza ricordi ci rende sconosciuti, questo è per Anna Maria la vera provvisorietà, questo bilico di irruzioni e sparizioni che “percorre tutte le stanze”.
“il respiro imprigionava la voce necessaria” e un po’ si percepisce questa affermazione, dove c’è sempre un silenzio che raschia in fondo che impedisce la parola, a volte per merito dello stupore,altre perché è il fiato che manca per l’ansia di qualunque pronuncia.
in trilogia di un amore, uno dei diversi componimenti riusciti di questa raccolta, si sente il rumore di questa fatica, il suono di chi non smette di cercarsi e di cercare nella misura del proprio sentimento una chiave di lettura senza curarsi del lasciar tracce, ma preoccupandosi soltanto di essere riconosciuti negli occhi dell’altro.
Alessandro Assiri
.
La solitudine,
sua costante compagna,
continua a crescere al suo fianco,
imponendosi su di lui.
Il lugubre sovrasta tutto,
le ansie e le ombre lo assediano.
Continua questo struggente percorso
sentendo che non può più proseguire.
Sì, deluso e demotivato.
Il mondo non c’è
per lui
là fuori.
Esiste soltanto la dispersione,
ed egli,
facente parte di essa,
è un tutt’uno con la folla noncurante.
Apatia…pianto…urla
in lui.
Laggiù non c’è nessuno, tranne lui.
È una prigione
vuota e fredda,
dove non può esserci vita.
…gelido…
Tremante,
davanti ad un universo indifferente,
grida silenziosamente
nel suo piccolo angolino.
Lascia il suo cuore aperto,
sa che nessuno mai vi vorrà entrare.
I suoi sforzi sono vani.
I suoi ultimi battiti del cuore
rimbombano straziati.
La perseverante tormenta interiore
lo assidera,
non cessa.
Gli blocca il sangue…
…le sue ossa diventano di ghiaccio
mentre solo muore lentamente.
Federica Bulletti
23/3/’00
.
Bisogna stare in piedi, la panchina
è bagnata; c’è un po’ di sole almeno,
stamattina, un fascio di luce abbaglia
il Conero. Gli uccelli si scambiano
opinioni sul clima, forse. E poi,
domani si ritorna. Ti domandi,
come sempre, se resisterai. Loro
ti aspettano, si aspettano che tu
risolva problemi, dica parole
capaci di trovare anche un motivo
soltanto per alzarsi la mattina.
E credere, ostinati, nella vita.
In fondo, se ti affacci in questo golfo
non è per crogiolarti in un ricordo,
e nemmeno soltanto per sperare
che passi il mal di testa. Questo raggio
di sole è il segno che nel tuo dolore
c’è un senso, che di là della barriera
delle nuvole qualcuno ti cerca
per dirti che una luce c’è, che vale
la pena continuare, oltre stasera.
Fabrizio Centofanti
Me ne andrò piano,
eppure l’urlo rintrona.
Cannule spente
gioco nell’ombra.
Caldo opprimente
nel guado.
Cieli danzano nell’oscurità.
Azzardo una piega
nel brivido del sonno,
lascio dettami nel varco.
Andrò poi
a raccogliere sassi,
nella spinta tu tremi,
ingoi cascate di polvere,
e getti all’indietro
la tua vita.
Barcolli, e conti nel foglio
righe su righe.
Assente nel palpito
reagire non puoi,
guarire oramai
è pura virtù.
Rina Accardo