
Non se ne può dire niente tranne che riconoscerla
Benedetto Croce
Ogni poeta, portatore di una visione del mondo che passa attraverso la sua percezione e non coincide con nessun’altra, dice subito no a chi ha guardato e sentito prima di lui. La sua percezione sovverte altre percezioni, passate e future. Per mostrare questo sovvertimento è necessario, per lui, trovare le parole giuste. Non ammette la presenza del mondo così come è stato percepito, non ammette le parole già esistenti come statuto univoco del linguaggio. Vuole entrare, in modo personale e non consenziente, nel suo sentire l’oggetto, se stesso e il mondo. Lo rinomina, fin dall’inizio, come farebbe un bambino stupefatto, lo rinomina come chi cerca di tradurre in parole una meraviglia folle e dolente che non troverà mai frasi adeguate e armoniose per rappresentarsi.
Ogni poesia è un incantesimo, un «encantar» che presuppone lo stupor del lettore e la confusione dell’autore. È quel sentirsi inadeguati davanti a qualcosa di eccezionale e di intenso che ci chiama e che vorremmo descrivere, dentro o fuori di noi, ma non ci riusciamo, come Alberto Giacometti sentiva di non poter scolpire un volto così come lo voleva, e così, mentre non riusciamo a niente, mentre cerchiamo le parole con cui sicuramente falliremo nel dire ciò che vorremmo dire, in questo sentimento di scacco ma non di rinuncia comincia a nascere la poesia, e quando è nata, possiamo lavorarci, possiamo correggerla con orgoglio e disincanto, sicuri che non avremmo fatto ciò che intendevamo ma che ci siamo avvicinati, con una certa approssimazione, al nostro stralunato progetto.
Ogni poesia autentica balza su dalla pagina, agile e sveglia, come un animale appena controllabile, fa ruotare la testa a 360 gradi, mostra come il tuo destino è ancora lì, in bilico, ti ammutolisce e ti porta ai confini della follia, ma tu puoi, per un attimo, dominarla con delle parole che sono lì, presenti, ancora invisibili, in un perpetuo affiorare di testi che ti brulicano addosso e che vorrebbero farti dire mille e mille cose, ma alla fine la tua penna sceglie proprio quelle parole, quella sintassi, e lì si decide il tuo destino, per tutte le vibrazioni che proprio quella poesia è capace ancora di consegnare al lettore, come una grazia sulla punta della lingua, un paradosso impulsivo. Solo lì sei adeguato a dire o fai scempio del tuo dono.
Questa è l’idea della poesia, per me.
Una poesia che aggiunge versi al suo mistero è indecente e non dignitosa. Ci sono poeti presuntuosi che hanno l’insolenza di schiamazzare nei cortili con l’ultimo libro in mano senza essere all’altezza dei loro sogni. Sono «in attesa di laurea» o già «laureati». Un poeta russo non significativo, Costantin Balmont, scriveva: «Saggezza non conosco valida per gli altri». Così alcuni poeti innocui, imitativi, vanitosi, conoscono a fondo solo la loro narcisistica saggezza e non vedono oltre. Si affollano su un metro quadrato di superficie, esigendo istericamente attenzione.
La poesia non deve accumulare versi innocui nel già ipertrofico panorama di poesie scritte. Deve porsi come qualcosa che taglia e sottrae, che trasfigura le precedenti visioni del mondo, i precedenti modi di abitare il linguaggio, e obbliga a leggere e pensare in modo diverso, sproporzionato e impossibile. Ciò che conta è il gesto che testimonia la presenza di quelle parole. Se Shakespeare poteva dire, in Re Lear, che «Maturità è tutto», noi diciamo, con Rilke, che «Resistere è tutto».
La poesia non è mai contenuto manifesto. E’ sempre evocazione latente, lampo nel buio, nasce dentro quella sensazione di ammutolire che solo nelle esperienze estreme della lingua e del corpo possiamo provare. «Non dire niente. Non tacere niente. Scrivere questo. Cadere. Come la meteora (Dupin)». Quando ci sentiamo sopraffatti perché viviamo soggettivamente qualcosa di straordinario e proviamo «la sensazione della testa tagliata» (Dickinson), lì c’è la poesia: la parola di chi sta per ammutolire, ma non vuole consegnare il suo silenzio a nessuno. E allora articola il suo linguaggio, scoperto come per la prima volta, insolente e nuovo, imperfetto e cristallino. Come scrive Marina Cvetaeva, ci si libera dalle parole per trovare le sole parole – le nostre – che distinguono il nostro modo di scrivere versi, nell’illusione felice di cambiare l’infelice struttura del mondo.
La poesia non è indulgenza o compromesso ma accelerazione, precipitazione, inadeguatezza, distanza. Qualcosa scricchiola nel meccanismo delle parole. Qualcosa di non annunciato, di non prevedibile, turba l’attesa del lettore. Il potere della poesia è di far «respirare l’incomprensibile».
Marco Ercolani
Tag: anima, bambino, canto, encantar, incantesimo, la poesia, La poesia canto dell'anima_di Marco Ercolani, meraviglia, poeta, respiro, scritture
Maggio 12, 2008 alle 7:44 am
La poesia sempre a un passo dal silenzio (‘la parola che sta per ammutolire’). Qualcuno disse che la poesia perfetta è il silenzio, l’eloquente silenzio del poeta. Anche per questo, nella vera poesia, sono importantissime le pause, i vuoti, il non detto.
Mi complimento con Marco Ercolani per questa sua lettura della poesia.
Mi discosto solo dalla sua affermazione introduttiva (‘il poeta….dice subito no a chi ha guardato e sentito prima di lui’); la biografia letteraria e il lascito dei più grandi poeti dimostrano ascolto e ricerca continua di affinità con chi li ha preceduti.
Un caro saluto a Marco e a Rina
Antonio
Maggio 12, 2008 alle 9:36 am
Da leggere a da rileggere la tua ‘lettura’ della poesia, Marco.
Mi trova concorde il tuo «encantar», così come ‘..obbliga a leggere e pensare in modo diverso, sproporzionato e impossibile’, nonché ‘la poesia è evocazione latente’.
Una gioia ri-trovare le tue parole, riesci a dire quello che io penso. Grazie
Rina
Maggio 13, 2008 alle 12:42 am
piccola nota: ‘La grotta della poesia’ in immagine, che si trova in Puglia, rispecchia nei toni perfettamente il bacio fresco della poesia quando la si sente :)
Rina
Giugno 26, 2008 alle 5:11 pm
Rina, dove posso trovare, su Internet, qualche poesia di Marco Ercolani da leggere (proprio oggi mi è arrivato Anime strane e non è da escludere che ordini ancje I nodi del cuore)? Sono profondamente convinta che la follia, che Marco frequenta per professione e per amore, sia parente stretta della poesia e, spesso, dell’arte tutta.
un abbraccio
Blumy
Giugno 28, 2008 alle 1:42 pm
In effetti, chi di poesia si pasce esula un po’ dalla realtà contingente.
In merito alla produzione di Marco Ercolani ti saprò dire, bella Blumy
Rina