
Non se ne può dire niente tranne che riconoscerla
Benedetto Croce
bene
La poesia, ludus, otium, arte stupendamente inutile, come ho scritto altrove. Quasi nessun poeta si è sottratto alla sfida di dare qualche definizione, seppur minima, di poesia, dare una “sua” definizione, inevitabilmente riflesso e specchio del “suo” mondo. Se questa definizione è per forza di cose unilaterale quanto una dichiarazione di guerra, per qualsiasi lettore appena un po’ attrezzato basterebbe forse leggere con qualche attenzione i testi del poeta medesimo per farsi un’idea più intima di quello che l’artista vuole dire, idea che quasi invariabilmente non coincide con la dichiarazione del poeta stesso, poiché essa è quasi sempre una riflessione a posteriori su quello che ha scritto. Insomma, la identificazione di qualsiasi poetica andrebbe lasciata ai critici, se ne esistono ancora. E poi: quale poesia? La poesia come forma d’arte, come forma di linguaggio, come struttura? O quella cosa impalpabile che esala dai versi e che riesce a parlare al lettore nella misura in cui il recettore è sufficientemente in sintonia? In tutti e tre i casi la risposta è che la poesia è una forma di comunicazione, insieme strutturata e anarchica, tanto è vero che non pretende di parlare a tutti, ma solo a quelli che vogliono intendere, ma anche del tutto unilaterale perché esprime una verità, che per quanto sia indiscutibilmente “vera” e abbia tutta la dignità del vero (Gadamer e altri), è sempre la verità di uno. Però tanto più poeticamente profonda quanto riesce a rappresentare la verità di molti. Ma non di tutti, ripeto, perché la poesia non è scienza, né discorso e agisce a un livello mimetico, connotativo, allusivo, sibillino, molto profondo, non offre tesi e non può essere confutata, può solo piacere o non piacere, che è come dire che può solo “parlare” o no a qualcuno.
Recentemente, sulla scia di una prefazione scritta per un lavoro di prossima pubblicazione di un amico, ho fatto qualche riflessione su una delle possibili facce della poesia. Se è vero (ed è una definizione accettabile) che la poesia è invenzione del mondo che c’è, per ammissione di uno degli esegeti di Stevens, ovvero è rilettura del mondo e della realtà esistente, disvelamento delle ombre e illuminazione di angoli nascosti, è anche vero, e qui volevo arrivare, che è memoria e immaginazione. Cioè realtà e invenzione, tradizione e tradimento, in altre parole contaminazione e meticciato della nostra stessa storia. Con memoria e immaginazione torniamo alle radici stesse della poesia: oggi sappiamo che Ilion/Troia è davvero esistita, non è stata un sogno di un poeta cieco ma semmai frammenti di una memoria antica che la poesia e la forza evocativa di un singolo ha reso poesia universale, capace di parlare a tutti. Mi piace pensare, pur con tutte le distinzioni del caso, che anche la poesia attuale, che pure non ha niente di epico anzi è fondamentalmente poesia di crisi e ripiegamento, debba poggiare su questo binomio o binario, che è anche piedi, cioè radicamento nella realtà e nel vissuto, e testa, ideazione, ingegno, artigianato, linguaggio capace di creare l’immagine (ecco l’immaginazione, letteralmente) che estende la percezione di qualcosa che da privato (del poeta) diventa condivisibile ma non ovvio, anzi disvelante. A voler essere radicali potremmo dire che la poesia è così, o non è. E allora faremmo meglio a lasciarla nel cassetto.
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Maggio 28, 2008 alle 7:40 am
In interiore homine habitat veritas (Agostino). Credo che su questa intuizione, che fa riferimento a una verità profonda, diversa da quella scientifica, si fondi la comunicazione poetica. Ed è perciò credibile che ogni vero lettore sia anche coautore del testo.
L’intervento di Giacomo, che spazia e esemplifica, mi pare presupponga e confermi questa lettura.
Un caro saluto
Antonio
Maggio 29, 2008 alle 9:54 am
ma certo, Antonio, questa lettura e molte altre, o forse nessuna. Il fatto è che più passa il tempo e più mi convinco che ogni definizione di poesia ha un valore solo se “poetizza” la poesia, altrimenti è autoreferenziale cioè un tentativo a posteriori di darsi un perchè di qualcosa che è del tutto sfuggente e indefinibile…
un caro saluto a te e un ringraziamento a Rina per l’ospitalità
Maggio 29, 2008 alle 10:03 am
Sono io, Giacomo, che ringrazio te per il dono delle tue parole attente. Mi piace ‘ascoltarti’.
Rina
Maggio 29, 2008 alle 10:53 am
Due notizie…
Dagli amici di Binasco che si occupano della memoria artistica di Giuseppe Scapucci e del blog a lui dedicato (v. qui) ricevo:
Gentile sig. Cerrai,
le invio il programma (v. qui) della "Settimana della poesia" dedicata a Giuse…
Maggio 29, 2008 alle 2:59 pm
Splendido per lucidità e coerenza, il tuo contributo, Giacomo. So che ho un debito insanabile nei tuoi confronti. Ho rimesso mano al nuovo articolo per il nostro progetto. Alla fine mi sono accorto che non ne ero del tutto soddisfatto. Deve essere degno di “Imperfetta Ellisse”. Abbi fiducia. Ed ancora un po’ di pazienza, se puoi. Mi hai dato innumerevoli segni di Amicizia. Te ne chiedo un altro, scusandomi con Rina, per lo spudorato OT.
Un grande abbraccio ad entrambi.
Voi due non mi fate mai sentire “triste, solitario y final”…
Grazie.
francesco
Maggio 29, 2008 alle 10:18 pm
ciao Francesco, felice di sentirti…dicci anche la tua su questo argomento.
a presto
Maggio 31, 2008 alle 5:59 pm
Francesco, mi associo a Giacomo. Aspetto allora il tuo pensiero ..a vedere se alla fine si tirano le fila di questa matassa:)
Ciao
Rina