Remare, remare,
e varcare quel solco scivoloso.
Sbandi
e subito correggi l’andatura.
Strati porosi
allenano il sonno.
Appisolati pensieri,
un’àncora fredda.
E notti fiaccanti
nel roseto spinoso
del rimpianto pungente.
Aggrovigliano note suadenti,
non c’è più
quel sonno tranquillo,
emana freschi profumi
quel lembo di coraggio
che ha sognato,
che sogna
frammenti caldi
di porcellane.
Pulviscoli incollati
e lunette antistanti
l’ingresso invalicato
di chiusure forzate.
Appostati, all’erta,
rigeneran tenacia
rifrangenti cristalli.
Mendìco amore,
dietro al portone.
Segnali distorti,
capovolti,
indecifrabili.
Il mistero appiana
incuranti voglie
nel terreno fertile
di invettive scorrette.
E traguardi improntati
a rigide impressioni
di arrogato sospetto.
Agguanti fogliame
di sterminati campi,
in un’alba rosa
scolpita nel cielo,
in un mattino nascente
di speranza, d’amore.
Rina Accardo
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