ROSSO VERMIGLIO – di Rina Accardo

febbraio 10, 2013

rosa sevillana

Vermiglie fluiscono
ammantate di sudore.
Nell’incavo del sonno
turbano le notti.

Un terrore sottile
ghiaccia l’ieri,
oggi è l’estate
del buio infinito.


Rina Accardo


Segnalazione di merito a Rina Accardo dall’Accademia Internazionale Il Convivio

febbraio 3, 2013

segnalazione di merito per SUPRA OGNI COSA di Rina Accardo

.

Qui il testo SUPRA OGNI COSA

.

I MORTI NON PARLANO NÉ SCRIVONO – di Rina Accardo

aprile 24, 2008

un canto muto s’eleva

Il mio orecchio vuole ascolto,

nei miei occhi

scaglie diffondersi auree

nel solco fuggente

di un aristocratico annichilimento.

E purpuree fronde alzarsi leggere,

un vento amico a cullarle.

Colorati colli

ormeggiano dinanzi al mio sguardo,

un canto muto s’eleva

e quasi soffoca.

Un pungente richiamo alla vita

spinge il nulla che avanza.

Sottesi entusiasmi cantano

e giungono alti nell’immenso,

ad ogni svolta dell’attimo

ala sicura.

 
I morti non parlano né scrivono,

ma sanno amare.

Rina Accardo

La poesia canto dell’anima – Ninnj Di Stefano Busà

maggio 21, 2015

grotta della poesia

Non se ne può dire niente tranne che riconoscerla

Benedetto Croce

 .

grotta della poesia Parlare di Poesia può apparire un modo superfluo di tritare “aria fritta”,        oltre che di comporla: ai distratti, insensibili, demotivati che detengono il primato dell’inattività intellettuale è sempre apparsa una falsificazione della realtà.
Il loro pragmatismo è d’obbligo dinanzi al suo mistero, che è immane, e che ricerca sempre la parola dell’infinito per procedere sui sentieri della comunicazione e del dialogo tra gente che ama la vita, che non si isterilisce in contenuti fatiscenti e cerca, scava tra i significati della vita il più alto, il più dotato compromesso alla sua vacuità.
Anzi vi appare addirittura incongruo, umiliante un processo che colloca la poesia all’astratto, un discorso fatto (come io lo definisco) “coi piedi nel ghiaccio, che si asciuga all’aria”, un’abulia di connotazioni e di parole che non hanno corrispettivi nella realtà: un dialogare con la luna, qualcosa di mezzo tra la follia e l’azzardo, definiscono –la poesia- .
A tutti sia chiara una cosa: se esiste, (come esiste), nel fondo di un pensiero e di un’anima non bene identificati, vuol dire che è lo spirito dell’uomo, il respiro della sua anima, l’ossigeno del mondo ad esserne coinvolti: è difficile negarlo.
Noi ci accontentiamo di saperla ALITO D’ETERNO, o identificarla come l’albero della vita che dà i suoi frutti migliori a chi la ama, a quella parte del pensiero in ombra, riflettente e sacro, sì, perché la poesia è sacra: sviluppa l’intuizione e promuove le migliori energie per una crescita del mondo, migliorandolo spiritualmente, e arricchendolo di quelle energie positive che, permanendo come materia inerte, farebbero regredire l’uomo allo stadio di primate, se non intervenisse la “parola” a darle il soffio vitale, la vita, il valore della significanza.
Un presupposto azzardato è quello di identificarla al “nulla”, assoggettarla alle mode effimere, all’indigenza dei sentimenti e, ancor peggio, relegarla al ruolo di inutilità che le si vuole dare a tutti i costi.
Niente è più vero, sul significato di inutilità che le si vuole affibbiare in senso dispregiativo, se per inutilità è intesa la mancanza di “utile” considerato nella sua vera accezione, che le deriva dal suo non dare “pecunia”, essendo l’unica attività umana sulla quale non si può speculare.
Anche il pensiero montaliano la intuisce come tale, ma aggiunge che è qualcosa di inutile di cui non si può fare a meno. Allora, niente vi può essere di peggio che l’abbandono o la stasi del pensiero e nella fattispecie l’abbandono delle immagini provenienti dalla consapevolezza del proprio “esser(ci)”
La parola poetica pronunciata, tradotta e scritta oltre alla sua necessità, può apparire ripetitiva, eccedente alla logica comune del linguaggio.
Ma proviamo a riflettere…si starebbe davvero meglio senza la Poesia?
Essa come tutte le trascendenze ci giunge da molto lontano, non riusciamo a capire da dove? Da Chi? Ma si fa sentire, esulta o sta silenziosa, languente in molti che vorrebbero esprimerla liberando fuori gli effetti venefici del vivere. Ma la poesia non reclama attenzione, non pretende ascolti, non predilige platee, essa giunge in sordina, nel fitto silenzio, spesso nel cuore della notte, il poeta la sente più vicina, la scrive, se ne nutre come di un dono eccelso. Perché bistrattarla, umiliarla. Non è difettiva di valori, ma è semmai un valore aggiuntivo, è legata al suono della nostra armonia interiore, è nota alta di una tastiera che diventa orchestrazione connessa col mondo, con la sua scelleratezza o saggezza, con i suoi quotidiani dubbi, le speranze, le fitte dolorose, le assenze e le indigenze del cuore, integrandosi però alla sua bellezza, come nessun’altra manifestazione dello spirito.
Dove respira la poesia non vi è desolazione, semmai può illuminare l’accidentato percorso, il limite che ne consegue; può alleviare il dolore del mondo, oltre il buio delle nostre risorse fisico-temporali, delle nostre ombre, dei nostri singhiozzi e dei fantasmi che ci accompagnano nel quotidiano.
È lo “spino nero” che fiorisce lungo le dorsali della vita, in una vastità di terreni tutti desolanti, incerti, deserticamente incolti, dove solo la morte passa a fecondarli. Il mondo, se non vi fosse la Poesia, sarebbe più misero, più demotivato e ancora più solo e infelice.

                                                       ninnj2Ninnj Di Stefano Busà

SOLTANTO UNA VITA – di Ninnj Di Stefano Busà _ recensione di Rina Accardo

giugno 25, 2014

Immagine

 

 

Mi sembra incredibile che io abbia trovato pezzi di vita mia in un romanzo. Non circoscrivibili agli avvenimenti, ma alle sensazioni provate e mirabilmente descritte dall’autrice, Ninnj Di Stefano Busà.

Non ho potuto fare a meno di visualizzare i posti incantevoli visitati dai protagonisti nelle foto scattate da mia figlia che si è trovata per un gioco del destino a visitarli.

Mi sono ritrovata poi a tirar fuori merletti, lenzuola di lino, sete dimenticate in bauli antichi. E ancora, servizi in porcellana finemente decorati.

Avevo forse bisogno di questo bagno di bellezza per godere di quanto altrimenti sarebbe rimasto sommerso da tovagliato plastificato, tazzine smaltate …tutto all’insegna del modernariato.

Pescare nel passato, viverne la bellezza in ogni fattura, può essere di ristoro. Questo è successo a me, ed è tutto merito di chi, con tratti pari a pennellate, ha saputo condurmi in una magnificenza che mi ha reso grata ai miei cari così come nel libro – dove tutto si dipana quasi in un procedere obbligato, dai protagonisti della storia ai loro figli, ai viaggi, ai patemi d’animo, ai momenti sofferti, e ad altri di squisita felicità – è tangibile una grande gratitudine al Cielo.

L’accostamento personale è dovuto alla mia immersione involontaria nell’intreccio, individuabile, con fili penduli cromatici, che anima “Soltanto una vita”.

Non svelo la trama, mi soffermo a sottolineare che i dettagli, in questo romanzo, hanno sublimato luoghi e stati d’animo descritti nei minimi particolari, suggellando la presa di coscienza così come il coinvolgimento totale nei vari eventi di ogni ‘protagonista’. Non ci sono figure anonime/comparse infatti, l’autrice ha permesso che ogni ruolo ricoperto divenisse parte integrante, nessun soggetto comprimario.

Dalla lettura si desume che capillare è l’Amore, per poter aver occhi che permettano di vedere compiutamente ogni sfumatura della natura così come ogni risvolto dell’animo. Sentimenti opposti in base agli avvenimenti, ora dolorosi ora di assoluta gioia, che portano di volta in volta o all’accettazione o a vivere con passione quella che è “SOLTANTO UNA VITA”.

Libro che porta ad apprezzare il bello che già ci appartiene, riscoprendo e portando alla luce valori sommersi, o forse solo sopiti. La consapevolezza di grandi ricchezze che tacciono in noi, che ignari ospitiamo, un obiettivo.

Ci troviamo di fronte a un regalo di cui non si può fare a meno di essere grati all’autrice, per questo fantastico volume, il cui valore non si può restringere al linguaggio aulico che vi ritroviamo, ma si estende, diventandone fulcro. È un canto, un ossequio alla vita.

Un oceano di emozioni, che trovano la matrice in quello stesso oceano in cui è ambientato “Soltanto una vita”, e qui elemento trainante che conduce il lettore, quasi per mano, in spazi infiniti.

L’arte della scrittura si impone nelle pagine al pari dell’arte del volo in un’aquila reale.

 

Rina Accardo

 

L’ ATTESA E LA SPERANZA – R. Accardo e M. Campanella

agosto 4, 2013

L’attesa di Penelope. Acrilico su tela (2011) - Massimo de Rigo

 

Aspettare. Un’assurdità.
È un po’ come dormire mentre il giorno s’è già levato,
e il sole alto non ti trova per baciarti al suo calore.
La speranza cede,
immersa nelle paturnie di un’ora appesa, della resa,
di un abbrunir che non colora il mare.
Un abbrutimento, uno spreco.

Dell’aria oltre tu non t’avvedi.
Ti cinge il grido assente, involucro desertico.
Appostato sui tuoi passi, nervi e sogni in un tutt’uno,
e nel rumore ardente, tace, il tuo silenzio,
come un calice vuoto, nel fiato armonico del vivere.

Né mi placa la speranza, Dea vissuta, né oracolo perdura,
in questa vanagloria.
È la mia storia – ascolta –
che passa come capelli d’argento sul brusìo coreico della tua porta
e lì soggiace. Nell’infinita via.
Sento nonostante,
percepisco e nutro, con ghirlande di armonia,
cammini permeati di oro lucente
nell’involucro di un inno custodito gelosamente.

Ma tu taci!
Ciò che mi comprime non mi esilia, né mi condona ogni ricordo.
Non scordo, nella luce, l’avventurarsi caduco che ci condusse, umani,
a stringere promesse, le tue mani, sommesse,
ai sensi del destino che ora regna, sovrano, sul mio (nostro) cammino.
Riposto si fa largo a tentoni,
e poi a bracciate sfora l’antro dei tuoi pensieri.

Dov’eri mi chiedo, ansante, come un bambino tremulo.
Dov’eri, amante , quando nel mesto sogno apparivi,
di inganno, a riportare liete le ore ?
Non ti ripara sonno, né rimorso.
nel tuo dorso, un segno rimane del mio sigillo imperante.
Nell’incanto ti cerco ancora, e tu dominerai i miei silenzi.

 

 

Rina Accardo e Mario Campanella

 

ALLA MADRE – di Nicola Riva

maggio 1, 2013

madre terra

Bacerai queste mie mani dure

che ti hanno lavorato, martoriato,

forse, a mia insaputa, per scavarne

buone necessità, quando tranquillo,

felice, spero, dolce di sereno

sonno, e leggero finalmente in te

mi sdraierò, mi riconoscerai

mi accetterai quale tuo figlio,

Terra?

Nicola Riva

La stanza del colore provvisorio – di Anna Maria Ercilli (recensione di Alessandro Assiri)

marzo 30, 2013

copertina La stanza...

Verbi della dimenticanza e del ritorno, dell’ancora e del ripetere con una mimica corporea e paesaggistica, per conservare, ma soprattutto per affidarsi a quello che la parola procura.

E’ questa la cifra della poesia di AnnaMaria Ercilli è questa da sempre e viene ribadito con forza in quest’ultima raccolta autoprodotta: la stanza del colore provvisorio.

“guardare diventa impegno” e allora ci si protegge con le mani per lasciar spazio a quello sguardo interiore che va al di là della rappresentazione, per cercare i fili di quella memoria che diventa flusso emotivo molto più che sapienziale.

La donna che parla in queste pagine è una donna che sa perfettamente che nulla ci mette al riparo e che l’esser senza ricordi ci rende sconosciuti, questo è per Anna Maria la vera provvisorietà, questo bilico di irruzioni e sparizioni che “percorre tutte le stanze”.

“il respiro imprigionava la voce necessaria” e un po’ si percepisce questa affermazione, dove c’è sempre un silenzio che raschia in fondo che impedisce la parola, a volte per merito dello stupore,altre perché è il fiato che manca per l’ansia di qualunque pronuncia.

in trilogia di un amore, uno dei diversi componimenti riusciti di questa raccolta,  si sente il rumore di questa fatica, il suono di chi non smette di cercarsi e di cercare nella misura del proprio sentimento una chiave di lettura senza curarsi del lasciar tracce, ma preoccupandosi soltanto di essere riconosciuti negli occhi dell’altro.

Alessandro Assiri

IL MIO LUOGO È IN TE – di Rina Accardo

marzo 10, 2013

by Shai.Hulud

 

Offuscate dal tempo gocce
ancora stillano.
Venne giorno
quel giorno, e nel giorno andai.

Mesi e mesi incastonati.
Un rudere,
un rampicante abbarbicato.
Tutto è fermo,
tutto è in essere.

Acqua alla terra,
nelle vene tracce di te.

Rina Accardo

PACE NON TROVO – sonetto di Francesco Petrarca

febbraio 11, 2013

Sonetto

LENTO MORIRE – di Federica Bulletti

gennaio 18, 2013

lento morire

.

La solitudine,
sua costante compagna,
continua a crescere al suo fianco,
imponendosi su di lui.
Il lugubre sovrasta tutto,
le ansie e le ombre lo assediano.
Continua questo struggente percorso
sentendo che non può più proseguire.
Sì, deluso e demotivato.
Il mondo non c’è
per lui
là fuori.
Esiste soltanto la dispersione,
ed egli,
facente parte di essa,
è un tutt’uno con la folla noncurante.
Apatia…pianto…urla
in lui.
Laggiù non c’è nessuno, tranne lui.
È una prigione
vuota e fredda,
dove non può esserci vita.
…gelido…
Tremante,
davanti ad un universo indifferente,
grida silenziosamente
nel suo piccolo angolino.
Lascia il suo cuore aperto,
sa che nessuno mai vi vorrà entrare.
I suoi sforzi sono vani.
I suoi ultimi battiti del cuore
rimbombano straziati.
La perseverante tormenta interiore
lo assidera,
non cessa.
Gli blocca il sangue…
…le sue ossa diventano di ghiaccio
mentre solo muore lentamente.

Federica Bulletti

23/3/’00


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